25 febbraio 2011

La merlettaia (C.Goretta)

È difficile e quasi contraddittorio descrivere sia il personaggio di Pomme, che il film di Goretta, perché sarebbe come parlare del silenzio, perché è come se il suo mutismo, la sua immobilità, l’incomunicabilità di cui è intrisa la pellicola potessero essere espressi fedelmente solo attraverso il silenzio stesso. Ora, mentre cerco di trovare parole appropriate per delinearla, lo contraddico, quel silenzio, perché mi avvalgo di uno strumento che ha in sé movimento, azione, fragore: la scrittura. Scrivendo, inoltre, cerco di rendervi partecipi di ciò che sento, provo, avverto e quindi smuovo qualcosa dall’interno esternandolo, comunicandolo e condividendolo con gli altri. Facendo ciò, contraddico nuovamente la protagonista e il suo film, perché è proprio tutto ciò che lei non sa fare, è proprio ciò che Goretta ha cercato di raccontare: e cioè la complessità di comunicare, di mostrarsi, palesarsi, di rendere comprensibili agli altri i nostri pensieri. Pomme non sa fare nessuna di queste cose: sta zitta. Ma la sua non è mancanza di coraggio, di viltà o perché non le avverte davvero quelle sensazioni, è un’incapacità fisiologica, innata, che può solo subire. Né io né le orde di scrittori di cinema, letteratura, e chi più ne ha più ne metta, ci teniamo di più a quegli ardori, se li trascriviamo, li comunichiamo a voce, se li confermiamo con i fatti: Pomme ha dentro, molto probabilmente, più di qualsiasi poeta, benefattore, mecenate, filantropo. È solo che lei non sa manifestarlo, non sa farlo uscire fuori, spiegarlo, metterlo in movimento, tradurlo in parole o azioni. È un vortice di emozioni costretto dalla sua incapacità di “conversione” ad attendere.

Tutti cerchiamo di trasformare quel groviglio di cose che ci portiamo internamente in parole scritte, orali o gesti. Tutti cerchiamo, una volta trasformato, di condividerlo e farlo conoscere agli altri. È un istinto, un bisogno primario, un’esigenza. Isolarlo lì, segregato in noi stessi, sarebbe come autorinchiudersi in gabbia. Ma non è facile, non è semplice descriversi, raccontarsi, tramutare in un idioma chiaro ed accessibile agli altri ciò che ci tormenta o allieta. Pomme ne sente il bisogno come e quanto tutti, ma non riesce a trasformare, non riesce a convertire, può solo aspettare. Ed allora il suo silenzio è ciò che di più spaventoso possa esistere, perché quella quiete, in realtà, nasconde un mondo dentro: una moltitudine di paure, gioie, afflizioni, passioni, amori soffocati, asfissiati e relegati dalla difficoltà umana di esprimersi, in una gelida prigione insonorizzata.

“La merlettaia” racconta di tutte quelle parole rimaste bloccate in gola a causa della complessità di decodificare le proprie emozioni; dell’uccello di Maupassant che, sebbene fosse desideroso di cantare, «non rilasciò il suo canto; stette in silenzio e non fuggì»; dell’uomo che, nonostante cerchi di decrittare quell’intrico di percezioni che si porta dentro, continua a sentirsi perennemente incompreso, frainteso, limitato, mai pienamente capito; di esseri umani e non, che sentono di non essere liberi, di non potersi esprimere appieno. Pomme è tutto questo, l’uomo, spesso, è tutto questo. In particolare, ciò che ci spaventa di più è quello stacco, quel divario fra ciò che avvertiamo dentro e ciò che invece riusciamo ad esternare e rendere comprensibile agli altri. Uno stacco che, quando sentiamo che è così abissale, ci consegna alla triste realtà dell’impossibilità di descrivere pienamente noi stessi. Ed è proprio quel baratro il responsabile del silenzio di Pomme e, di conseguenza, dell’uomo. È quella distanza incolmabile a farci tacere. È di fronte a quel solco, dinanzi a quest’abisso che separa il pensiero dalla parola, al cospetto di questa incomunicabilità, che l’uomo si arrende. È proprio qui che crolla il linguaggio, che fallisce la parola: dinanzi a Pomme, dinanzi al suo inesplicabile splendore dell’animo, che non trova via di sbocco nella realtà, né vocaboli o azioni alla sua altezza.

Ora, mentre Pomme sta pensando alla Grecia, a quel viaggio che tanto avrebbe voluto fare, ma che purtroppo mai farà; mentre pensa a quanto sarebbe stata felice, se François l’avesse capita; mentre immagina che sarebbe meraviglioso, se tutto fosse come nei suoi sogni; non è forse il silenzio l’unico a poter descrivere pienamente tutto? Un po’ come la realtà fa con i sogni, il linguaggio ci tradisce, ci travisa, ci sminuisce, crea una frattura insanabile fra il nostro mondo interiore e quello vero, fra quello che abbiamo nell’animo e quello che riusciamo a raccontare o far comprendere agli altri. Pomme alza lo sguardo lentamente, fissa la camera e pensa che quella comprensione, quel mondo interiore, così come la Grecia, possono solo essere sognati, in silenzio.

«Sarebbe passato vicino a lei, proprio accanto a lei, senza vederla. Perché lei faceva parte di quelle anime che non mostrano alcun segno, ma che occorre pazientemente interrogare, su cui bisogna saper posare lo sguardo. In altri tempi, un pittore ne avrebbe ricavato il soggetto per un quadro di genere. Sarebbe stata una cucitrice, una portatrice d'acqua o una ricamatrice».

02 novembre 2010

Les roseaux sauvages (A.Téchiné)


C’è qualcosa che può sintetizzare alla perfezione questo film: la favola di La Fontaine recitata da François. La canna, protagonista insieme alla quercia di questa storia, rappresenta e raffigura ogni singolo personaggio di Téchiné. Folate di vento ed ogni tipo di intemperie la costringono a piegarsi, a curvarsi, la sottomettono a loro piacimento, ma non riescono mai e poi mai a spezzarla. Quel giunco riesce sempre a cavarsela. Ha qualcosa nel suo dna che gli permette di inclinarsi e flettersi fin quasi a spaccarsi in due, per poi ritornare in posizione eretta e ritta come se nulla fosse accaduto. Ed è proprio ciò che succede agli interpreti del film. Téchiné, pur parlando di adolescenza – visto che quasi tutti i protagonisti lo sono – , abbraccia tutte le età. L’adolescenza è “usata” piuttosto come punto di partenza, come fase in cui tutto avviene per la prima volta, dove si imparano a conoscere le parole ’delusione’ e ’fallimento’, dove ci si vede soggetti alle prime burrasche, ai primi marasmi interni ed esterni, alle prime folate. Ma è, appunto, solo un principio, un punto di partenza. Esse saranno sempre presenti nel corso della vita. Ed è per questo che “Les roseaux sauvages” non è solo un film sulla giovinezza, ma plurigenerazionale, senza tempo. Anche Madame Alvarez, professoressa dei ragazzi, è un giunco; anche il professor Morelli lo è. Sono tutti (siamo tutti), indistintamente, ramoscelli estremamente sensibili a quelle ventose raffiche. Dietro ognuna di loro si nasconde un disinganno, un fiasco, un’angoscia, un’inquietudine, una paura, ma, al loro termine, quei rami saranno sempre lí, pronti e preparati a riceverne altre ondate.
Questi ragazzi e queste ragazze, questi uomini e queste donne sono tutti canne in grado di resistere a qualsiasi condizione, capaci di adattarsi nonostante la paura di cedere, il timore di frantumarsi, di vedersi spazzati via da quelle correnti. Sono canne selvagge, proprio come quelle del titolo. Organismi che persistono, che, dinanzi ad un albero sempre piú alto, allungano di pari passo il loro collo in cerca di cibo, che rispondono colpo su colpo, che reagiscono, che si adeguano, che si evolvono pur di sopravvivere.

Mi piace questa doppia anima dei suoi soggetti: da una parte l’ipersensibilità, la fragilità e l’emotività dei loro rami, che li rende estremamente vulnerabili ai soffi del vento, che li obbliga a inarcarsi ed arcuarsi fino allo stremo delle forze; dall’altra la forza immensa, la resistenza innata, iscritta nel loro codice genetico, talmente cinica, ingegnosa, scaltra e fredda da esser pronta a tutto, e capace di uscir fuori da tutto.
Mi piace l’idea dell’uomo-giunco, gli si confà, lo delinea in modo chiaro e indiscutibile, lo immatricola in una categoria ibrida, spuria, tra l’umano e l’animale, tra l’essere e l’avere. L’unica, a mio modo di vedere, in grado di resistere a qualsiasi genere di tsunami.

«La quercia dice al giunco: “Che aspetti ad accusare la natura? Un grillo per te è un pesante fardello, la piú lieve brezza di vento ti fa subito abbassare la testa; mentre la mia chioma, come stupenda montagna, ferma i raggi del sole e affronta la tempesta. La tormenta per te è per me lo zeffiro e, inoltre, se fossi nato all’ombra del mio fogliame, non dovresti soffrire cosí tanto, io ti darei riparo, ma tu cresci spesso sui bordi umidi del regno dei venti. La natura con te è stata ingiusta!”. “La tua compassione”, risponde il giunco, “è apprezzabile, ma non serve. Io non temo il vento perché mi piego, ma non mi spezzo. Finora tu hai resistito ai suoi colpi senza mai curvare il dorso, ma aspetta, e vedrai”. A queste parole si alza la tempesta piú terribile che il cielo del nord abbia mai conosciuto: la quercia ancora non si piega, il vento incalza, un poderoso colpo sradica l’albero, la sua testa sfiora il cielo, i piedi toccano il regno dei morti».

– Ma che hai?
– Dimenticare, io non dimentico. Dimenticare è una cosa orrenda.
– Tu non lo puoi dire, François. Io l’ho visto con Pierre, dei giorni non ci penso. È brutto, ma è cosí. La morte di un fratello è orribile, credevo di morire. Ma c’è una cosa piú orribile, anche della guerra: che tutto passa!

28 settembre 2010

Synecdoche, New York (Charlie Kaufman)



Credo che il  piú grande sbaglio che uno spettatore possa commettere sia quello di tentare di capire tutto, di spiegarsi per filo e per segno i passaggi, di cercare una logica o quanto meno una plausibilità in ogni sequenza. Cosí facendo, egli finisce per ridurre il cinema ad una mera spiegazione degli eventi, ad un processo meccanico, matematicamente freddo, dimenticandosi dell'unica cosa importante: l'anima del film.  Ed è la stessa, identica cosa nella vita: quanti giorni, settimane, autunni trascorsi a tentar di capire qualcosa, a darle una spiegazione logica. Spiegazione logica, che significa? Chi vive seguendo questa teoria è interessato piú a capire che a sentire, vuol dare un senso a tutto, una ragione ed un nome ad ogni cosa, ma, piú di tutto, vuole darla a sé stesso. Le domande che lo assillano sono: "Chi sono, io?"; "Cosa ci faccio qui?", "Qual è il mio scopo, la mia ragione di vita?". Quindi, la vita di questa categoria di spettatori e, parallelamente, quella di queste persone viene vissuta esclusivamente alla ricerca di questo significato. Ma il senso di molte cose spesso (quasi sempre) non esiste, ed allora questa gente piú che viverla, la riduce ad un rebus, ad problema da risolvere, ad una cervellotica incognita matematica. Poi, un giorno, questi uomini e donne riescono finalmente a sostituire quella "x" con un numero reale, trovano il modo di rendere ammissibili tutte le sequenze di una pellicola e sensati gli avvenimenti giornalieri. Ma, accanto a questa scoperta, trovano qualcos'altro, un vuoto ben piú penoso ed opprimente di quello che lasciavano le "x" misteriose: l'assenza di vita. Solo ora che stringono forte quella soluzione tanto sospirata, quel risultato cosí tanto aspettato, comprendono che è stato tutto tempo sprecato. Perché, in effetti, cos'hanno fra quelle mani? Un numero? Un risultato? IL SENSO? E cosa se ne fanno? Cosa ci si possono fare con la loro freddezza?
Cosa se ne fa Caden, - Guido Anselmi ottomezziano del nuovo continente - dopo averlo finalmente trovato? Ha attraversato anni, rapporti sentimentali, genitoriali, pièce teatrali ossessionato da un'unica cosa: questo "numero". Caden ha praticamente passato ogni singolo giorno della sua - a detta sua - triste vita a cercare il VERO Caden. Come se ce ne fosse uno falso. Ha sottoposto sé stesso ad esami continui, a ricerche infinite, s'è auto-posto quantità industriali di domande per capire chi fosse davvero. E, mentre la vita andava avanti, lui rimaneva lí: a tentare di capire, piuttosto che a provare, a cercare di spiegare, piuttosto che a sentire. Quanti Caden ci sono? Volete ancora il vostro numerino? O vi basta il suo martirio per pensare... No, pensare è il verbo sbagliato; volevo dire "vivere". O vi basta il suo martirio per vivere? Il cervello dell'uomo raziocinante è strano, riversa tutte le sue energie alla comprensione dell'impossibile, mentre non ne spreca nemmeno una per ciò che è già lí, a portata di mano, pronto ad esser raccolto senza il minimo sforzo. È come se questi uomini volessero immolarsi, nel tentativo di risolvere calcoli indecifrabili per la nostra specie, ma rifiutassero anche la sol idea di provarci con quelli a noi adatti, con quelli semplici e naturali. Inseguono la perfetta comprensione delle cose, vogliono che tutto sia limpido e terso davanti ai loro occhi, vogliono conoscere a menadito sé stessi e gli altri. La loro vita è come se fosse un'eterna gara, un continuo inseguimento. Inseguimento che si rivelerà sempre e comunque deludente, perché pedinavano e cercavano d'afferrare qualcosa d'impossibile: la loro ombra. Ed allora credo sia giunto il momento di dire che tutto quell'affanno è inutile, senza senso (perché non lo avrà mai) un ingombrante quanto scomodo ostacolo che si frappone fra noi e la vita.

Caden ha tanto di Guido Anselmi, sia nella mente che nel messaggio, ma ci troviamo in uno di quei casi dove il film postumo, seppur simile e pieno di congruenze, splende di luce propria. Kaufman, attraverso i dubbi, le paure, i quesiti, i rimorsi, i sogni di Caden e degli altri personaggi, attraverso quelle stanze infuocate, quei salti temporali, quei corpi che via via diventano piú cadenti ma sempre caotici, è riuscito a descrivere in maniera sublime la confusione, lo stato mentale di chi è perennemente alla ricerca di un senso. Ma il senso è uno solo: che coloro i quali preferiscono la cognizione alla sensazione, finiscono per sovraccaricare un organo, il cervello, e rendere atrofico un altro, il cuore. E la cosa straordinaria è proprio questa, che, senza scomodare sterili quanto odiosi paragoni, il film di Kaufman riesce a riportarti nelle atmosfere vorticose e convulse di "Otto e mezzo", riesce a porgerti davanti un moderno Guido che solo in punto di morte riuscirà a non farsi piú affliggere da quelle domande, ma a guidare e basta, senza pensare alla meta verso cui è diretto.


P.S. Hoffman è, come al solito, un camaleonte che adatta la sua pelle ad ogni trasformazione interna ed esterna di Caden. Pazzesco. Il cast che gli ruota intorno è a dir poco all'altezza: Morton, Keener, Watson, Williams, Noonan. Synecdoche, New York credo sia uno dei film piú belli di questo secolo perché capace di tuffarsi nei viluppi piú intimi della mente umana, scoprendone la sua infinita complessità, oscurità ed insicurezza, ma giungendo, infine, ad una sola e semplice risposta:"Non vieni da nessun posto, non vai in nessun posto, guida e basta!". In questa breve e succinta frase c'è, al contempo, una grande verità ed un immenso senso di consolazione. Superfluo aggiungere che Kaufman sia una delle menti piú genialoidi ed estrose dei nostri tempi.
Impossibile non mettersi a frignare per la mancata distribuzione italiana, son cose dell'altro mondo, dell'altro mondo. Ma come cazzo si fa? Come? Son passati due anni dall'uscita, due. Io ho avuto la fortuna di trovare dei sottotitoli tradotti da un'anima pia, e, vista la assoluta qualità della pellicola, li condividerò con chiunque lo voglia.






17 giugno 2010

Krzysztof Kieślowski - Ricordati di santificare l'Uomo!


Ero al Napoli film festival, quando uscendo dalla sala incontrai due signori di mezza età che discutevano animatamente di qualcosa. Tesi l'orecchio e mi avvicinai con immensa curiosità per capire cos'è che accalorasse così tanto il loro discorso, poi capii: quale poteva essere il soggetto se non Kieślowski? Oltre ad accostarmi sempre di più a quella coppia senile all'apparenza, ma effervescente nell'animo, dovetti giocoforza inserirmi in quel dialogo. Vista la frenesia post-visione, non avrei potuto fare altrimenti. Così, come un accattone di opinioni e conversazioni, dopo essermi presentato m'inserii in quel discorso.
Una parola mi colpii particolarmente, fu il maschio a pronunciarla: << Umanità, l'Umanità di Kieś... >>. Proprio così, ´Umanità`. Quel termine, così semplice e conciso, mi fece pensare che non avrei saputo trovare vocabolo migliore per esprimere ciò che quelle visioni m'avevano dato, che non avrei saputo sintetizzare più adeguatamente ciò che questo regista voleva comunicare oltre ogni cosa. E poi, pensandoci bene, credo sia proprio questa parola il motivo per cui sono qui: non sarebbe stato per caso un delitto tenerla da parte tutta quest'umanità? Di certo lui non ne sarebbe stato contento ed inoltre sarei stato sicuramente un egoista celandola, cioè l'esatto contrario dell'uomo kieślowskiano.
Krzysztof Kieślowski, nato a Varsavia nel Giugno del '41, credo non sia solo un autore, ma, come diceva la donna della coppia effervescente di prima: << È un ARTISTA >>. Per questa signora esisteva il buon regista, l'autore ed appunto l'artista. Secondo la sua definizione: artista è colui che riesce a far sbocciare il bene dell'uomo anche, e soprattutto, quando attorno affiora il male, anche quando c'è sofferenza e patimento. Mi accorsi nuovamente che questi signori avevano ragione, poi dissi a me stesso che avrei dovuto imbucarmi più spesso nei discorsi, specie se questi. Quindi, riassumendo, si può dire che sommando le parole di queste mie fugaci amicizie, vien fuori tutta l'essenza del cinema di Kieś: un cinema che "sa" di uomo; che esalta i suoi pregi, sebbene ne conosca i misfatti; che apre il suo cuore mostrando ciò di cui ha più bisogno; che lo bacchetta, ma senza disprezzarlo. D'altronde Kieś questo non avrebbe mai potuto farlo, perché i suoi ammonimenti hanno lo stesso proposito di quelli del padre al figlio: il suo bene. L'amore di papà Krzysztof per la sua prole lo si può sentire in ogni film, perché nonostante i mille allontanamenti dalla vita, le morti, le ingiustizie, i supplizi, ciò che erompe e si staglia imponente è la sete infinita di vita, di amore. I suoi personaggi aspettano sempre qualcosa, hanno costantemente voglia di vivere, d'affetto, di tenerezza. Ognuno di loro desidera tutto ciò in un modo incredibilmente naturale, istintivo, oserei dire primordiale. Questi desideri sono talmente indispensabili da divenire esigenze, o meglio urgenze, cioè quel numero di cose senza cui non si può tirare avanti. Le sue pellicole fanno bene al cuore perché in esse prorompe sempre questa vita/vitalità, anche quando c'è di mezzo un lutto, un tradimento, un omicidio, un'ingiustizia. Infatti non esistono solo uomini buoni nelle sue storie, il Male c'è, ma anche quando quest'ultimo riesce ad ottenere una vittoria, anche quando la spunta, dentro lo spettatore c'è perennemente la sensazione che la vita vinca ugualmente, che uno spiraglio per sperare esista in ogni tempo o luogo. Sin dal corto "Dalla città di Lódz" emerge incontrastato il primo dei grandi temi kieślowskiani: la voglia di vivere. Sin da "La tranquillità" , primo dei film inediti proiettati al film festival, spicca il secondo: la famiglia, gli affetti. Ed infine già a partire da "Il cineamatore" si fa largo il desiderio di giustizia, di un uomo migliore. I tre grandi temi sono sempre presenti, aleggiano su ogni storia come se, insieme all'Umanità di cui parlavo in precedenza ed alla << Pietas >> (nuovo vocabolo di quel geniale signore brioso), fossero gli unici elementi importanti, i soli a meritare l'umana attenzione. Pietas perché sebbene l'uomo durante il suo viaggio ceda a vizi ed aberrazioni, per Krzys c'è sempre bisogno di compassione, comprensione ed indulgenza. La stessa pietas che si lega a doppio filo con la voglia di vivere, di tornare a vivere, poiché non averla è come esser stanchi, arrendersi, e la resa non è tra le caratteristiche dei suoi personaggi. Avere davanti il quadro generale della sua filmografia (o quanto meno quello che è stato possibile recuperare) riempie di gioia, fa esultare, esalta. Questo per il semplice fatto che ripensando a tutti quei racconti, a quelle vicende piccole o grandi, ne vien fuori la celebrazione della sua parte migliore: quella cardiaca. Il bisogno di attenzioni e di premure umane dei suoi protagonisti si colloca sempre al primo posto nelle sue narrazioni, è un punto di partenza, un caposaldo, un pilastro, un elemento senza il quale non possono respirare. Anche quando qualcuno è ormai logorato e svigorito da qualche delusione, perdita, infedeltà, la voglia di riaverli si ridesta ininterrottamente. Certo, qualcuno si perde lungo il cammino (Urszula di "Senza fine") e qualcun altro è in procinto di farlo (La Binoche del "Film Blu"; Trintignan nel "Rosso"; Magda del "Breve film sull'amore"; Dorota nel Decalogo II), però tutti ritorneranno, e se non lo fanno è solo perché quel ricordo è troppo forte, quell'affetto troppo importante da dimenticare. Se muoiono lo fanno solo ed esclusivamente per aver amato troppo, per aver consacrato ogni parte di sé a quell'uomo/donna. Ecco il motivo per cui l'estroso signore parlava di Umanità: per il semplice fatto che nella sua poetica l'essere umano non riesce a vivere senza il suo simile.

Kieś però non desidera solo la ´tranquillità`ed il calore dei rapporti interpersonali, ma anche un nuovo uomo: migliore, giusto, più fraterno, più umano, quindi nelle sue pellicole ricorre spesso il tema della Giustizia. "Il Decalogo" ne è quasi un compendio, una sorta di Bibbia scritta con un linguaggio laico, ma spirituale, in cui vengono enumerati i nuovi comandamenti. Qual è il contenuto di questi novelli precetti? A cosa si ispirano? Cosa tutelano? La risposta è sempre la stessa: l'Uomo. Anche quando si parla di politica (perché spesso se ne parla, specie ne "Il cineamatore", ne "Il caso"), anche quando ci si pone domande sull'utilità della pena detentiva, su quella di morte ("Non uccidere"), tutto ruota sempre attorno all'uomo. Quando non lo si fa più, quando si smette di ruotargli intorno, lì, proprio in quel momento, Kieś bacchetta. Rimbrotta la situazione politica post-bellica, quella sull'utilità della pena detentiva, striglia tutto ciò che è ingiusto, disumano. Anche la religione è tra i suoi argomenti, "Il Decalogo" ne è praticamente intriso, ed anche con essa è spesso duro, pronto a individuarne le contraddizioni, i princìpi ipocriti, inventandone altri più semplici, più tangibili, più sensibili. Non c'è bugia che tenga, non c'è peccato, blasfemia che abbiano priorità su di esso, non c'è fede, dogmi o Redentore, l'uomo viene prima di tutto. Questo non vuol dire che neghi l'esistenza di una dimensione/entità astratta, anzi, c'è sempre un dubbio, uno spazio che lascia incerti sulla sua presenza, difatti ne "La doppia vita di Veronica", nel "Decalogo I" , ne "Il caso" (e durante il percorso di altre opere) ha espresso e reso evidente l'esistenza di un universo intangibile, di situazioni ed eventi inspiegabili, oscuri, che si divincolano da qualsiasi logica. Ed è pertanto giusto dire che lo ´Spiritualismo` sia un altro dei suoi temi, ma è uno spiritualismo che ha inevitabilmente come elemento cardine l'animo umano, che se presenta degli assiomi o delle norme, sono tutte volte a tutelarlo, a proteggerne i valori, i veri valori, quelli del cuore. Perché tutto gira attorno all'uomo, tutto.
Si dice che secondo una credenza popolare il cuore non è soltanto un organo che costituisce il centro del motore dell'apparato circolatorio, ma anche il primum movens della vita spirituale ed affettiva. È stato proprio quel muscolo involontario a portarcelo via, proprio quell'organo che ha tanto inneggiato ed osannato. Scherzi della vita. Probabilmente avrebbe lasciato lo stesso (seppur avesse in programma una trilogia su "La divina commedia"), ma d'altronde cosa doveva fare di più? Ha praticamente detto tutto ciò che c'è da fare nella vita, tutto quello che conta davvero.
Alla fine dei suoi racconti ti scappa sempre via un sorriso, anche in quelli più drammatici e tragici. Un riso nato dalla consapevolezza che se tutti seguissero i suoi comandamenti, il mondo sarebbe a dir poco magnifico.
Più ci penso e più ho la certezza d'aver scritto troppo poco, d'aver saltato moltissimi passaggi, questioni e concetti importanti. Tuttavia ho cercato, con i miei modesti mezzi, di far trapelare quanto più possibile il maggiore, il primario, l'essenziale dei suoi messaggi: quello umanitario. Non posso non segnalare però, la fulgida fotografia di Piotr Jaxa, le musiche straordinarie di Zbigniew Preisner (mai fuori luogo, mai eccessive né accessorie, ma sempre essenziali, in linea con l'incalzare delle immagini e delle emozioni sullo schermo) e la collaborazione dell'amico-avvocato Krzysztof Piesiewicz, triade sempre fedele al regista polacco.

Mi ritengo non fortunato, ma miracolato per aver avuto la possibilità d'assistere a tre, quattro film inediti ed ai corti. Di questi ultimi ce n'è uno che mi ha praticamente folgorato, "Le teste parlanti": una passeggiata tra le strade di Varsavia con annesse interviste alla gente più comune. Giovani, donne, anziani, bambini, confessano le loro ambizioni, i loro sogni, cosa vorrebbero dalla vita e dall'uomo. È talmente semplice, disadorno, ma profondo, che è in grado di raggiungere da solo l'essenza della poetica kieślowskiana.

17 aprile 2010

The Royal Tenenbaums (W.Anderson)


Il cinema è assolutamente incredibile, ci sono casi in cui il sol pensare ad un film, mi mette di buon umore, mi fa sorridere; e perdindirindina se questa scalmanata famiglia non mi rende raggiante. Richie, Margot, Eli, Royal, Raleigh, Etheline, Chas, ogni singolo componente ha un incondizionato bisogno di sentirsi un Tenenbaum, persino Eli, semplice vicino di casa, farà di tutto pur di entrarne a far parte, pur di sentirsene membro. C'è un'aitante e grandiosa carica affettiva nel film di Wes, una forza di gravità che attira i suoi personaggi verso quell'enorme ed accogliente casa in via Archer, che li richiama a sé perché da soli, lì fuori, non resistono. Ed allora quella dimora si trasforma in un vero e proprio rifugio, in un posto caldo, confortante, in una specie di Eden dove finalmente i suoi inquilini si sentono a loro agio, acclimatati, beati, esultanti.
Mi fa sorridere questa famiglia perché pur affrontando le traversie e le burrasche tipiche d'ogni tetto, ognuno di loro si ritroverà sempre lì, allo stesso posto, accanto a quel focolare. Mi fa sorridere perché persino Royal, autentico bastardo d.o.p. , capirà dopo mille strafalcioni e peccati, che non può fare a meno di loro. E forse è proprio quello uno dei punti più importanti del film di Wes: aver saputo dar vita ad una lode appassionata ed entusiasta della famiglia, nonostante i vizi, gli sbagli e le mancanze umane. Per comprendere il ruolo imprescindibile e vitale che hanno queste premure affettive nei confronti dei soggetti andersoniani, basterebbe pensare al genio precoce di Richie,Margot e Chas, appassito a causa della loro insufficienza; all'insicurezza e la solitudine di Eli, per via della loro totale inesistenza; alla sproporzionata e maniacale protezione di Chas nei confronti dei suoi figli; al semplice bisogno di comprensione e di un abbraccio di Margot; alla fuga di Richie da un amore impossibile. L'esigenza, il desiderio e quasi l'urgenza d'entrare in qualsiasi albero genealogico, di abbracciare, stringersi, posare la testa su una spalla di qualcuno dei suoi componenti, sprizza fuori da ogni sequenza di questa pellicola.  fantastico, è uno dei film più carichi di positività, di filantropia, di fratellanza, di gioia che nasce solo dallo stare insieme, dalla ricerca e dal bisogno del prossimo, che abbia mai visto. Come accipicchia fai a non sorridere?
I componimenti di Mothersbaugh, Nico da sola e con i Velvet, Lennon, Dylan, Nick Drake, i Clash, Paul Simon, Elliot Smith, gli Stones, Morrison, ma che colonna sonora è?
Stra-stra-stra-bello.

"Ho sempre voluto essere un Tenenbaum, lo sai."

16 aprile 2010

Solaris (A.Tarkovskij)

C'è poco da fare, ci sono film in cui ti devi rassegnare: non puoi spiegarne la bellezza, non puoi raccontarne il genio. Di pari passo, ci sono cose nella vita che non possono esser comprese, non hanno una ragione né un'interpretazione. L'uomo, però, non si è mai arreso a quest'assioma, ha sempre voluto ( e sempre vorrà) sapere, toccare con mano, tastare perché il semplice sentire non gli basta. Ed è così che si perde, si allontana, vaga alla ricerca di tutte le verità, perché una soltanto non lo soddisferebbe, lui vuole tutto. Quest'avidità di comprensione verso tutto ciò che ci circonda ha spinto l'uomo fin oltre le sue mura, verso luoghi arcani, sconosciuti, nell'indeterminatezza per eccellenza: lo SPAZIO. Incapace di trovarla nella nostra dimensione, qui l'uomo insegue la ragione dimenticandosi della sensazione, è affamato di conoscere ogni suo angolo perché preferisce il sapere, al sentire, antepone la logica scientifica, la rigorosa e matematica razionalità, a tutto ciò che è intangibile, appartenente all'universo mentale, cardiaco, spirituale. Ecco il motivo per cui ogni spedizione "Solaris" sarà destinata a fallire, perché nasce dalla smania di conoscere il vero assoluto che non c'è; e, ancor di più, è destinato a fallire " l'uomo perché ": metodico e cinico, spinto da un unico, megalomane ed utopico desiderio, l'onniscienza. Non ci basta provare e basta, senza pretendere un'aritmetica spiegazione di ciò che stiamo sentendo? Perché voler a tutti i costi decifrare l'universo, esigendo un riscontro inconfutabile per ogni cosa? Siamo per caso degli androidi costruiti per dare risposte infallibili? Non sopportiamo l'idea di qualcosa d'incomprensibile, di illogico, poiché abbiamo paura delle cose prive di un perché, mistiche, non palpabili. Ci affligge il sol pensiero di un mondo pieno di quesiti irrisolti, di accadimenti inspiegabili, perché vogliamo, dobbiamo spiegarceli a tutti i costi; guai a non capirne l'origine. Ma bisogna farlo cessare questo delirio della ragione, prima che sia troppo tardi, prima di ritrovarci a fluttuare tutti insieme nel cosmo, spinti da una vuota ricerca dell'infinito.
Sentire, sentire, sentire, non importa perché.

Capolavoro.
Il pianosequenza finale con l'abbraccio al padre e la camera che sale man mano sulla casa fino ad evidenziare la comparsa dell'isola, m'ha fatto venire la pelle d'oca.
La fotografia di Vadim Jusov non ha validi aggettivi terrestri per esser misurata, spaziale!
Le musiche di Bach di un'inquietudine ed un'angustia incredibile.

"È un essere umano, è reale? È vulnerabile, si può toccare? Si può ferire? Chi è?"
"e tu, tu sei reale, tu?"

"in ogni caso, la mia missione è compiuta. E poi? Tornare sulla terra? Un po' per volta, tutto rientrerà nella normalità, nasceranno nuovi interessi, nuove amicizie. Ma io non sarò in grado di dedicarmi ad essi fino in fondo. Avrò il diritto di rinunciare anche solo ad un'immaginaria possibilità di contatto con l'Oceano, verso il quale la mia razza cerca di tendere un filo di comprensione? O devo restare qui, tra le cose che abbiamo toccato e che ancora portano il ricordo del nostro respiro? In nome di cosa? Nella speranza che lei ritorni? Ma io non ho più questa speranza. Tutto quel che mi resta è attendere. Attendere cosa? Non so, nuovi miracoli."


30 marzo 2010

Two lovers (J.Gray)


Caro Leonard, so quanto hai sofferto in passato, so che hai abbandonato e perso ogni fiducia in una parola per te ora sovrastimata, insignificante, infida, qual è l'amore; ma adesso, in questo preciso istante, noto che mentre guardi Michelle, non puoi fare a meno d'attendere, sperare, fantasticare, sognare, fremere, struggerti, pur di riottenerlo. È più forte di te, non ce la fai a resistere ed ora che è lì vicino, ad un passo, la intravedi, ne senti il presagio, l'odore, nonostante la paura la segui; non ci speravi più, eppure eccola lì la felicità, è a portata di mano, è così vicina, la meriti, ah quanto la meriti!
Ecco che ricomincia tutto da capo, i tuoi dolori sono stati cancellati, i timori e le angosce rimosse, sei di nuovo pronto, catapulti per l'ennesima volta tutto te stesso in questa appassionata, quanto ossessiva ricerca. Ti stimo sai, pochi la cercano come te, pochissimi ne sono degni quanto te.
Sei felice finalmente, lo sento, lo vedo, ed io lo sono per te. Fai pace con la vita, con tutte le creature del mondo, perché alla fine ce l'hai fatta: Michelle è lì che ti aspetta, pronta a volare via con te non importa dove. Ci pensi? Hai finalmente ciò che da sempre volevi. Niente più fantasmi, né dispiaceri, hai ottenuto finalmente ciò che ti spetta.
Ma qualcosa va storto, non sai cosa, non riesci a spiegartelo. Forse è la vita che si fa beffe di te, che ingrata, forse il destino, che barbaro, ciò che sai è solo che ora sei in riva al mare, solo, i tuoi occhi lo fissano, si perdono non sai dove, non sai come, sai solo che la felicità t'ha dato di nuovo buca, ha annullato ancora l'appuntamento con te, l'appuntamento che hai così intensamente anelato.
Ed ora, cosa farai?  Fingere? Be' sì, non ti resta altro che questo, andare avanti, nascondere tutto sotto un mantello e sperare in un rapido oblio. Sì lo so, è solo un'illusione, il peso dell'infelicità ti resterà attaccato addosso per sempre...

L'occhio finale di Leonard, inquadrato in zoomata, esprime disillusione e disincanto più di qualsiasi parola, narra di una rinuncia, una resa, un'abdicazione al sogno di una vita, è specchio di un sacrificio: quello di arrendersi ad un'esistenza ordinaria, banale, esanime, per sempre incompleta.

"Tu piangi!"
"Perché sono felice."

14 marzo 2010

Monica e il desiderio (I.Bergman)


L'amore muore in città. Tira le cuoia non appena accede ai suoi meandri fatti di privazioni, limitazioni, conformismo, bigottismo. Soffoca all'interno di quelle case oberate di lavoro, occupazioni d'ogni genere e tipo, consuetudini da onorare: c'è da occuparsi dei figli, da sbarcare il lunario, c'è da rispettare tutta una sfilza di oneri tipicamente borghesi. Tra questa miriade di impegni, vincoli ed incombenze, c’è ancora tempo per esso?
Non c'è nulla da meravigliarsi se gli amanti di Bergman - Monica & Harry - vivano gli unici momenti di vera felicità, quando decidono di trascorrere le vacanze soli tra la natura, fra un bagno nel mare limpido ed una corsa tra le verdi praterie. Lì, lontani da tutto e da tutti, hanno vissuto i giorni più lieti, si sono potuti esprimere davvero, in piena libertà, senza costrizioni né doveri, senza dover badare alla reputazione né lasciarsi travolgere dal caos cittadino. Lì, tra quelle terre selvagge, il loro amore era una fusione di passione e sentimento, desiderio fisico e d'animo. Laggiù, non c'era orario di lavoro che tenesse, impegno che li separasse, amarsi era il loro impiego. Ma una volta attraccati nuovamente nel porto cittadino, tutto è svanito di colpo, inghiottito ed anestetizzato dalla morsa vorace della società. L'amore vero perisce una volta varcate le sue soglie, agonizza tra i suoi infiniti obblighi, responsabilità, gravami, ipocrisie, usanze, tra la sua frenesia. Ecco perché gli amanti bergmaniani scappano via: fuggono momentaneamente da quel mondo triste e freddo, compiendo un gesto che è tanto ribelle, quanto accusatorio verso una società che l'ha completamente esautorato, sostituito con un suo surrogato, relegato in un piccolo angolino alla mercé di tutto il resto. I due innamorati, però, sono costretti a tornare perché, pur odiandola, non possono fare a meno di quella città/società. Eppure, in una delle ultime sequenze, Monica s'accende una sigaretta, aspira, fissa la camera e rimanda il suo pensiero a quei giorni allegri e fausti tra scogli e boschi: avrebbe preferito andare avanti così, tra stenti e miseria, pur di conservare intatta ed immutata la purezza di quell'amore selvaggio. Ora, di quel surrogato, non sa davvero che farsene...

" Pensa, a quest'ora alla ditta lavorano tutti."
" E anche nel mio scantinato, portano ceste e ceste da pesare, ed è tutto sporco ed umido"
" Noi ci siamo ribellati, contro loro, contro tutti.
"Di', ricordi la novella che abbiamo letto? Gli amanti della foresta? "
"Sì, uuuu,aaaaa,eeeee"

Harriet Andersson divina
Fotografia sublime

06 marzo 2010

Welcome (P.Lioret)



Nella loro completa differenza di stili, tempi cinematografici, generi e temi trattati, credo che il film di Lioret abbia qualcosa in comune con "Il concerto" di Radu. C'è questa passione sfrenata, quest'abnegazione, questa dedizione che li rende incredibilmente affini. C'è questa forza umana, questo coraggio intrepido, che seppur utilizzato per cause dissimili ( Ne "il concerto" era la musica, qui è l'amore) è condiviso da entrambi. Nel film di Radu, pur di partecipare finalmente a quel concerto ed in aggiunta agli altri mille ostacoli ed escamotage, Andrei finge che la sua orchestra sia quella del Bolschoi, qui pur di raggiungere la sua ragazza(Mina), Bilal attraversa a nuoto per due volte La Manica. Questi gesti folli e passionali, sono però delle rose nel deserto: attorno alla figura di Bilal - iracheno immigrato clandestinamente in Francia - non c'è altro che risentimento, livore, xenofobia, c'è la smania di pulizia e rassettamento dei governi nei confronti di questi cittadini abusivi, quasi la loro semplice presenza fosse capace di rompere l'equilibrio naturale del paese. C'è silenzio, c'è indifferenza, freddezza, insensibilità, così, in quest'arida steppa cui s'è trasformata l'odierna Francia, le bracciate di Bilal nelle acque gelide della Manica, diventano l'unico raggio di sole tra tutta quell'apatia. La Francia di Lioret è ormai sorda e monca di sentimento, completamente assorbita nel suo ruolo di "ripulitrice", risucchiata nell'ossessione della legalità. A furia di rassettare, riordinare e detergere dalle - loro presunte - "impurità", sono diventati dei mostri. Simon ed uno scarso numero di altri personaggi(compresa la moglie) sono gli unici ad avere ancora qualche residuo di umanità. Così, mentre Sarkozy infligge pene severe con chi "pecca di solidarietà" con il clandestino, ed i suoi compatrioti si fanno divorare dall'odio e dell'acredine, Bilal nuota, sguazza sbattendo quelle braccia a più non posso, con una sola meta in testa: Mina.
Dov'è finita la Francia? L'odio la sta divorando. Se non l'ha già fatto.
Bello,bello.
Le bracciate di Bilal sono di una potenza emotiva pazzesca, un maremoto di vita.

01 marzo 2010

Je vous salue, Marie (J.L.Godard)


Esiste, senza alcun'ombra dubbio, un certo tipo di cinema che si sente in gabbia rinchiuso fra una recensione, un commento o una discussione verbale, che si ritrova molto più a suo agio quando lo guardi. Questo perché c'è tutta un'alchimia che si scatena quando visioni: entra in gioco la SENSAZIONE, la PERCEZIONE, esperienze filo-mistiche che una mera descrizione logica non può in alcun modo ricreare. Stesso discorso per la fede o l'amore( ho scelto le prime due cose - banali - che mi son venute in mente, tanto per render l'idea),come fai a descriverli? Come puoi farli comprendere agli altri? Bisogna per forza sentirli, provarli, saggiarli personalmente. Quindi non so in che veste parlare di fronte a "Je vous salue,Marie", è difficile trovare un atteggiamento giusto ed un modo preciso per esprimersi. È così - per l'appunto - mistico, legato all'esperienza sensoriale, che è quasi inutile star qui a razionalizzare. E forse è proprio quello che Godard desidererebbe dall'uomo: il cessare del ragionamento, della logica, del pensiero, della meditazione, del capire, tastare ad ogni costo, a favore della fede che non ha alcun bisogno d'esser toccata con mano, ma semplicemente sentita. Per Jean-Luc basterebbe quello, basta credere. Un "credere" che è ovviamente da intendersi nel senso più ampio possibile del suo termine, è assolutamente sterile impantanarsi sulla sua comune accezione religiosa, nonché estremamente sbagliato. Difatti, questa parabola cinematografica in chiave moderna sulla nascita di "Gesù", non è altro che una metafora sulla necessità della FEDE, una fede laica, sulla fiducia, anche a costo d'apparir ingenui e suonati. Tant'è vero che l'amore richiesto da Maria, non necessita del suo aspetto carnale, corporeo e lussurioso, ma unicamente di quello spirituale. Non c'è spazio per la materialità delle cose nel film di Godard, tutto è sintonizzato su frequenze trascendentali, legate all'anima e non al corpo. La castità di questa vergine,accentuata in modo volutamente smisurato, fin quasi all'inverosimile, è un chiaro invito ad un amore più candido e genuino, spoglio di qualsiasi brutalità. Quindi potremmo parlare d' innocenza e fiducia da una parte, contro materialità e scetticismo dall'altra.
In questo modo, mentre l'uomo cerca una spiegazione coerente e sensata in ogni dove, Godard "sponsorizza" - concedetemi il termine - l' amore (insisto con le scelte scontate, ma purtroppo è nuovamente il termine di paragone che fa più presa) puro, autentico, incontaminato, persino illogico, cieco, folle, e non importa che sia umano,ascetico, o quant'altro. Perché dobbiamo per forza toccare? Perché cercare sempre, perennemente e costantemente, un' interpretazione? Perché voler capire tutto? Perché abbiamo bisogno di vedere con i nostri occhi prima d'aver fiducia in qualcosa?
L'uomo moderno è sempre più scettico, cinico, dubbioso, circondato da una sfera di agnosticismo - inteso sempre in senso lato - cosmico, ha smesso di amare incondizionatamente, ha smesso di credere, a furia d'aspirare alla corporeità, alla tangibilità delle cose, da soggetto è diventato oggetto. Jean-Luc invece, con "Je vuous salue, Marie" , si fa portavoce di una rinnovata fede/fiducia incondizionata, senza riserve, piena ed integrale, verso l'uomo e le sue sensazioni, emozioni,verso i suoi credo, verso la VITA. Esistono quindi, senza alcun dubbio, un certo tipo di cose che non hanno logica, ma solo cuore.

"Credo che lo spirito agisce sul corpo, lo trasfigura, lo copre d'un velo che lo fa apparire più bello di quanto non lo è in realtà. Cos'è dunque la carne stessa, in sé medesima? Si può guardare e provare soltanto disgusto, si può vedere ubriaca nel ruscello o morta nel sarcofago. Giacché il mondo è pieno di carne come il magazzino d'un droghiere, è pieno di candele all'inizio dell'inverno. Ma questo avviene solo dopo averne portata una da voi ed averla accesa, solo allora può offrire un po' di conforto."


misticamente bello
Jean, oltre alle scontatissime capacità registiche e cinematografiche, ha un'abilità pazzesca di scegliere le sue muse: Myriem Roussel è praticamente perfetta nell'incarnare il ruolo di questa odierna vergine Maria, colma di una gioia di vivere innocente e pura.



25 febbraio 2010

Dopo il matrimonio (S.Bier)


Se il cinema venisse giudicato per temi trattati, allora le classifiche di gradimento verrebbero stilate da associazioni benefiche no-profit, le quali guarderebbero il soggetto e sospirerebbero: "Uh toccante. Uh molto umano, davvero impegnativo come argomento". Magari lo inserirebbero di diritto e senza passare dal via, cioè dalla visione, nel patrimonio da preservare. Per nostra fortuna non è così, la differenza nel cinema non lo fa l'argomento che scegli, ma il linguaggio con cui decidi di comunicare. Se così non fosse allora potremmo anche chiuder bottega: s'è parlato già di tutto, s'è mostrato già tutto, s'è detto ormai ogni cosa.
Dicono che i figli, anche da piccolissimi, riescano a percepire bene se l'amore dei genitori è sincero o meno, io dico che la priorità per un cinefilo sia quella di capire se un autore lo è, perché un film funziona solo se congiuntamente al tema, ci sono altri due elementi basilari: la schiettezza e la dimestichezza nel mostrarla, il mestiere in altre parole.
Nel film della Bier ci sono entrambi, ed anche se - come ho già detto - la famiglia, la necessità dei legami sono temi utilizzati un giorno sì e l'altro pure, ciò che fa la differenza in "Dopo il matrimonio", è il linguaggio adottato, ciò che lo proietta fuori dalle voci del coro è questa storia di mondi agli antipodi: India e Danimarca, povertà e bisogno d'affetto dei cittadini della prima, opulenza, lusso ed insensibilità nei secondi. La Danimarca - ma un po' tutto l'Europa, visto che la Bier attraverso la sua terra ha voluto fare un quadro generale dell'intero occidente - ha smarrito tutto, ogni traccia di fedeltà, ogni virtù, sentimento, non c'è più spazio per una vecchia ed atavica istituzione come la famiglia, è in corso un evidente nichilismo. Invece, quando la sua mdp si sofferma più verso oriente, tra l'austerità di quei luoghi, c'è un fuoco di gioia che arde in ognuno di quei bambini. Questo divario colpisce, balza all'occhio con nettezza, ma c'è anche qualcos'altro che attrae la nostra attenzione, un altro elemento che fa la differenza, ed è il ritorno, la redenzione, uno spazio nuovo ed obbligatorio che l'algida Danimarca concede al tanto bistrattato e deriso calore umano, Jorgen, Helene e Jacob ci si aggrappano con forza, consci di quanto tutto ciò gli sia mancato. E quindi c'è una magica e forte redenzione nel film di Susanne, i suoi concittadini chiederanno perdono, strisciando e pregando di poter tornare a sentire di nuovo qualcosa.







C'è tanto autentico fervore umano nel film della Bier, tanta passione e zelo in quei primissimi piani, in quei dettagli, tanto bisogno di energia, vitalità. Ha mostrato un mondo frenetico,senza scrupoli, né coscienza, per poi riscattarlo e salvarlo con una genuinità immensa.
Provo un gusto particolare quando un regista sa cogliere la realtà, le sue contraddizioni, ipocrisie, e in "Dopo il matrimonio" ce ne sono tante, per poi strizzare l'occhio alla vita, è quasi un: "nonostante tutto siamo qui, nonostante tutto abbiamo sempre bisogno di qualcuno/osa." Ed è questo ciò che per me fa la differenza: possiamo affrontare lo stesso argomento, ma se non sai essere puro, chiaro, limpido e genuino, il tuo film risulterà sempre artefatto. Il film della Bier è terso come il cristallo.
Splendide le zoomate ed i dettagli, splendidi.
Bravissimo ogni membro del cast, Sidse Babett Knudsen (Helene) su tutti

17 febbraio 2010

Dancer in the dark (L.Von Trier)


Battere sulla tastiera emozioni non è operazione facile, questo perché prima d'indirizzare le dita verso il tasto giusto, devi un attimino trasformare in frasi di senso compiuto tutto ciò che hai sentito, che è grossomodo una sorta di sinapsi fra cuore e cervello, ed io, quando cerco (di solito è uno sproloquio e basta) scrivendo di comunicare e di condividere qualcosa, mi sento un po' come Woody quando dice che:" spesso cuore e cervello non vanno d'accordo, i miei non si salutano neanche". Ma sono qui per fare uno sforzo.
E di sforzi ce ne vogliono tanti per far "cantare" i tasti di fronte ad un film come "Dancer in tha dark", perché non è semplice razionalizzare e ridurre in parole logiche la vita di Selma, finirei per sminuirla, ed allora meglio lasciar parlare le immagini, anzi meglio lasciar cantare lei, Selma: ragazza prossima alla cecità, con un lavoro misero e massacrante, solitaria, un po' goffa e con un figlio che purtroppo in un futuro prossimo perderà di certo anch'egli la vista. Già, un moderno quadretto deprimente vien da pensare, ma no, non ci provate nemmeno, perché tutte le avversità che tristemente avvolgono la sua vita, troveranno un muro che si erge contro di esse, una muraglia cinese - già, proprio quella che lei mai nella vita vedrà - che da frangiflutti impedirà loro di passare. La forza di Selma è incredibilmente magnifica, è stoica, imponente, il suo carisma, il suo attaccamento alla vita, il suo amore per il figlio è talmente energico da stonare, che dico, da fare a pugni se confrontato alla debolezza dei personaggi che la circondano.
Selma è un fiume in piena impossibile da prosciugare, un uragano di joie de vivre che travolge tutto, una bomba, una bomba di vita, un... le mie frasi di senso compiuto sono terminate. Ma c'è ancora qualcosa che voglio dire. Resisto.
Von Trier gioca di paesaggi, d'atmosfere e la scelta di attorniarla di persone fragili, senza spina dorsale, privi d'energia, esalta e sottolinea come il giallo fosforescente d'un evidenziatore, la determinazione di Selma: costante, indomita. Lei è... eroica, la sua devozione per il figlio è magnifica perché non c'è turno di lavoro troppo estenuante che la distolga dall'unico suo obiettivo: far operare il figlio Gene, permettendo quindi che i suoi occhi vedano ancora, vivano ancora. Ecco il motivo per cui reputo impossibile il "travaso" d'emozioni tra colui che batte sulla tastiera/scrive e Tizio/Caio che è lì nell'attesa d'esser invaso, perché come si può far parlare in modo adeguato questi tasti, dinanzi alle gesta d'una creatura simile? Come si può dire abbastanza di un film che sa così tanto di vita? Di una donna che amandola così follemente, vuole che il figlio la goda appieno, la veda appieno?
Selma ormai è nel buio, quasi non vede più, quasi non ha più forze dopo l'ennesimo turno di notte, ma resiste, e resiste, e persiste, guidata da quella missione per Gene, e mentre Bill, per dei patetici problemi economici, vuole farla finita con la vita, lei pur nell'oscurità, continua a danzare.
Il personaggio di Selma è un vero e proprio ossimoro in quella società gracile e senza fondamenta, dotato di una forza ercolina, taurina, un moto perenne, c'è vita, vita, vita, vita nella sua anima, energia, vigore, amore folle nel suo cuore. È assurdo, è praticamente assurdo ed impossibile farli cantare a dovere questi maledetti tasti(quante volte l'ho detto?), perché mi accorgo che, avendo esaurito ogni ragionevole e raziocinante vocabolo od espressione per condividere le emozioni di "Dancer in the dark", ho ancora la sensazione di non aver fatto abbastanza per quest'eroina. In effetti - forse ci penso troppo tardi, magari avrei fatto meglio a scrivere: "10,capolavoro. Vedetelo!" - non si può rendere partecipe il lettore di tanta POTENZA E GIOIA DI VIVERE, se non ha ancora osservato Selma sognare ad occhi aperti d'esser la protagonista di un musical, mentre attorno a lei incalza il buio, mentre la vita si fa sempre più dura, mentre i soldi non bastano, mentre i risparmi per l'operazione del figlio non sono abbastanza, mentre tutto sembra così oscuro. Nonostante tutto lei non cede, neanche d'un millimetro. Potrà accadere qualsiasi cosa, ma Selma danzerà sempre, sempre. Danzerà per Gene.

"Dicono che è l'ultima canzone,
non ci conoscono vedi.
 
È l'ultima canzone solo se permettiamo che lo sia."

10. C'ho riflettuto a lungo, ora ho la conferma che non riesco minimamente ad esser oggettivo vedendola danzare, quindi voi mi scusate se quassù non c'è nulla di sensato. C'ho provato a far 'sta benedetta sinapsi, ma non ce la faccio.  È un po' come se ti mettessero coi piedi all'aria, il sangue ti sale tutto alla testa, qui, di fronte a Selma, sale tutto al cuore.